Carola Pulvirenti è infermiera professionale dal 2003 e fino a qualche anno fa non aveva una conoscenza approfondita delle malattie bollose autoimmuni. Nel 2016, tuttavia, qualcosa è cambiato.

Un giorno, mentre è al supermercato, Carola riceve un messaggio da sua zia Betty, una donna di quarantacinque anni, che le chiede di mandarle con urgenza qualcuno a casa a medicare le sue ferite. “Certo!” risponde subito Carola, “Ma di che tipo di ferite si tratta?”. Betty replica che si tratta di pemfigo, ma sua nipote non ne ha mai sentito parlare. Quando Betty invia una fotografia delle sue lesioni, Carola si accorge che la situazione è grave, così decide di valutarla personalmente.

Il giorno dopo è a casa di Betty, invasa da un odore fortissimo, e scopre che sua zia è quasi irriconoscibile: il 90% del suo corpo è coperto di ferite e la sua pelle è attaccata a vestiti e lenzuola. Non potendo ingerire nulla a causa delle ferite in bocca, Betty è magra, disidratata, e a letto da quindici giorni, impossibilitata a svolgere le proprie attività  quotidiane. Carola non ha mai visto niente del genere prima.

I primi sintomi, nella forma di macchie sul petto, si sono manifestati – spiegano Betty e le sue tre sorelle – nel 2006; poi la pelle ha iniziato a staccarsi, lasciando sul corpo ferite lancinanti. Trascorre un anno prima che arrivi una diagnosi: si tratta di Pemphigus Vulgaris. Il racconto prosegue: dopo sette anni di cortisonici, esperiti devastanti effetti collaterali, Betty ha deciso di sperimentare terapie alternative naturali associate a una dieta sana, pur ricorrendo, di tanto in tanto, ad antidolorifici.

Carola è incredula. Tornata a casa, svolgendo alcune ricerche, scopre che l’attenzione da parte della comunità  scientifica per la cura delle lesioni da pemfigo è drammaticamente bassa. Quella notte non chiude occhio. Non le dà  pace l’idea che sua zia Betty sia rimasta per lungo tempo in quella situazione, esposta a infezioni e dolori strazianti. Comincia, allora, a cercare testimonianze di altri pazienti affetti da questa patologia ed è così che si imbatte nel sito dell’Associazione Nazionale Pemfigo/Pemfigoide Italy.

Il giorno dopo, i pensieri di Carola sono ancora fissi sulla storia della zia. Decisa ad aiutarla, contatta il presidente di ANPPI, che si mostra subito disponibile ad aiutarla. Raccolti questi consigli e recuperati degli abiti comodi per la zia, Carola si reca a casa sua e prova a convincerla della necessità  di un ricovero in ospedale. Al secco rifiuto di Betty, sua nipote decide allora di contattare un dermatologo omeopata, il solo dal quale la zia avrebbe accettato di farsi curare.

Due giorni dopo il medico è lì, scioccato dalle condizioni in cui si trova la donna, a cui spiega che la medicina alternativa può, sì, offrirle supporto per la patologia di cui soffre, ma non salvarle la vita. Solo dopo una lunga consulenza Betty si convince ad accettare il ricovero: viene bendata e condotta, a bordo di un’ambulanza, in un istituto dermatologico specializzato. Betty trarrà giovamento immediato in ospedale, non appena le saranno somministrate le cure appropriate: l’immunoterapia biologica le regalerà  la subitanea remissione dei sintomi. Ancora oggi la donna sta bene e non assume alcun medicinale.

L’esperienza con Betty è sconvolgente per Carola, che non capisce ancora come sia possible che una donna informata non riceva la giusta terapia per la propria patologia, pur vivendo in una grande città. Pochissimo si sa – scopre Carola – di queste patologie bollose autoimmuni. I bisogni di chi soffre, per esempio, di pemfigo/pemfigoide rimangono spesso insoddisfatti. È proprio per questi motivi, per tutta questa storia che Carola decide di dedicarsi a loro. Dopo qualche tempo si iscrive all’ANPPI e comincia a lavorare duro: contatta pazienti, medici, ricercatori con l’obiettivo di promuovere la conoscenza del pemfigo/pemfigoide, di migliorare le risorse dei pazienti, di interagire con loro in progetti di ricerca e così via. Tutto questo, ai fini di provare a rendere più tollerabile la patologia nella vita di ogni giorno. 

Alla fine di questa storia di coraggio e passione, nel dicembre 2018, Carola viene nominata vice-presidente dell’ANPPI e ancora oggi è a stretto contatto con pazienti e professionisti con cui condivide l’entusiasmo per una battaglia difficile, ma necessaria. 

Quando siamo malati, siamo senza difese e abbiamo bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi, di creare rete, di avere un nucleo caldo a cui fare riferimento per non sentirci soli. È questo l’obiettivo di un’associazione per pazienti. Non farci sentire soli, né incompresi, ma parte di una comunità che ci accoglie con il limite cui la nostra malattia ci espone.

Grazie, Carola!
BB

Discutere il ruolo decisivo che i social network vanno guadagnandosi nel mondo che abitiamo rischierebbe di aprire un discorso trito. Piuttosto, sarebbe il caso di illuminare il dato che questi strumenti non toccano – per ragioni che non potremo indagare in questa sede –  tutti i settori con la stessa capillarità. 

Si pensi al grande universo della salute. I social network potrebbero aprire prospettive di grande interesse per la comunità dei pazienti, potrebbero rappresentare una possibilità notevolissima non solo per l’informazione e la sensibilizzazione, ma per la gestione delle implicazioni emotive della malattia (troppo spesso lasciate da parte), eppure – dati alla mano – ancora non vengono sfruttati al pieno delle loro potenzialità. 

Il 18 dicembre scorso, Carola Pulvirenti ha raggiunto un nuovo traguardo proprio in questo campo poco esplorato, portando a termine il programma HealthCom, il primo corso pratico in e-learning incentrato proprio sul tema della comunicazione sanitaria sui social, un percorso di formazione altamente specializzato rivolto non solo a medici, ma anche ad aziende sanitarie e associazioni di settore. Intravedendo nel programma stimolanti potenzialità, Carola ha deciso di prendervi parte e ha lavorato per acquisire solide competenze.

Sin da subito, il corso prepara a costruire in modo efficace la propria presenza online attraverso incisive strategie di comunicazione. In sei mesi, Carola ha imparato a  strutturare le valutazioni sui social più adatti all’obiettivo, a gestire con efficacia campagne di prevenzione, persino a raccontare eventi pubblici in modo persuasivo, avendo cura di costruire prima e preservare poi un rapporto di fiducia con i cittadini-pazienti della comunità in rete. Non solo: il corso l’ha preparata a costruire collaborazioni e a quantificare il proprio impegno e quello dei collaboratori, avvicinandola alla consapevolezza che quello del social media manager, essendo un lavoro a tutti gli effetti, va studiato anche nei suoi potenziali risultati economici. 

Coordinatrice del corso è Cristina Da Rold, giornalista scientifica e consulente nell’ambito della comunicazione digitale che si occupa di giornalismo sanitario data-driven principalmente su Il Sole 24 Ore, L’Espresso e Oggiscienza e dal 2015 è consulente per la comunicazione/social media presso l’Ufficio italiano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Cristina lavora anche su temi legati all’epidemiologia, con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e ai problemi legati al mancato accesso alle cure.

Il contributo che questi strumenti promettono di offrire in questo ambito è considerevole. L’auspicio è, però, che questa esplorazione venga condotta con etica e professionalità, pena l’invalidità della sua efficacia.

BB

 

 

 

Cominciato da poco, il nuovo anno porta già le prime buone notizie. Si tratta dello studio di Alessandra Scarabello, Mauro Berta e Carola Pulvirenti, che indaga con grande perizia le interessanti potenzialità della terapia fotodinamica (PDT), un trattamento che, sfruttando la reazione ossidativa scatenata dalla luce, elimina le cellule patologiche dell’epidermide e le sostituisce con cellule nuove. Si tratterebbe, come annuncia il titolo, non soltanto di una grande opportunità per chi è affetto da patologie dermatologiche rare, ma anche di una nuova avvincente sfida per chi è impiegato nel settore del wound care.  

Quando si fa un passo nel grande universo delle malattie dermatologiche, è bene usare delicate cautele. Sono numerose le difficoltà che il paziente può trovarsi ad incontrare prima di imbattersi finalmente in un trattamento che dia esito positivo e, anche allora, non è detto che quello sia definitamente risolutivo. Non accade di rado, infatti, che i bisogni di salute che emergono in concomitanza con queste patologie restino insoddisfatti. Addirittura, in qualche caso, essi rimangono sconosciuti persino allo specialista. E, invece, contrariamente a quanto si tende a credere, certe implicazioni sulla vita di questi pazienti possono diventare fortemente invalidanti: la malattia dermatologica non è causa solo di problemi puramente estetici – ammesso che, per qualche motivo, essi debbano considerarsi di importanza secondaria -, ma anche di problemi funzionali, in qualche caso all’origine anche di gravissime limitazioni fisiche. Tutto questo dicasi per non entrare nel merito dei modi in cui queste patologie possono finire per compromettere la vita di relazione del paziente, quella sessuale, del proprio rapporto con se stesso/a e via dicendo. 

Insieme a tutto questo va poi rilevato che se, come capita, i presidi sanitari necessari alla cura delle lesioni non rientrano nel piani terapeutici regionali, le visite mediche e gli esami clinici dermatologici richiedono al paziente un impegno economico non indifferente. Nel 2011, si esprimeva a tale proposito proprio il Comitato Nazionale di Bioetica, che  constatava non soltanto la scarsa disponibilità di farmaci innovativi specifici per il trattamento delle patologie dermatologiche, ma anche le drammatiche differenze in termini di disponibilità economiche delle varie regioni italiane. 

In questo quadro così complesso, inutile dirlo, restano cruciali il ruolo del medico e, non ultimo, quello del caregiver familiare, che purtroppo si trova troppo spesso ad assistere il paziente senza avere un’adeguata formazione nel settore.

Come provare a sciogliere la questione? “La terapia fotodinamica nelle malattie dermatologiche rare. Opportunità e sfida” è un giusto passo, un libro che illumina (è proprio il caso di dirlo) le zone d’ombra di questo universo, per il paziente e, insieme, per lo scienziato. Entrambi hanno oggi ha a disposizione un trattamento di grande efficacia e senza effetti collaterali, di cui era necessario che si parlasse.

Finalmente.

Buon anno di luce.

BB

“Il Progetto Salute_Molise di CBlive è un’idea bellissima, stimola il dibattito, il confronto e la circolazione delle idee. E’ di questo che abbiamo bisogno, soprattutto in questo periodo cruciale, dove ci troviamo ad affrontare delle sfide fondamentali per il nostro futuro.” E’ questo il commento dell’Avvocato Tina De Michele, intervenuta al primo talk di Salute_Molise. L’avvocato promuove un’approccio moderno alla medicina, non fondato sull’idea dell’ospedale come unica risposta ai problemi di salute. – E’ necessario piuttosto capire quali sono le cause della malattia e come prendersi cura di sè, in questo è fondamentale il dialogo fra le parti interessate.- Afferma.

La medicina del territorio è il tema cruciale dell’intervista realizzata da Carola Pulvirenti per CBlive. Argomento al centro di un progetto di sanità pubblica recentemente proposto alle istituzioni da parte della diocesi di Termoli Larino. Fra gli autori del documento vi è l’Avvocato Tina De Michele, Presidente della Consulta delle disabilità del Comune di  Termoli, che da due anni opera presso il Centro Antiviolenza Befree di Termoli e collabora con il mensile “La Fonte”che ha la paternità del progetto. Abbiamo contattato la redazione  del mensile ed invitato la De Michele al primo talk di Salute_ Molise. 

Si è parlato di salute globale e di integrazione dei servizi socio-sanitari, anche attraverso il supporto ai caregivers familiari, un esercito di persone che si prendono cura dei malati cronici e non vanno lasciati soli. Di seguito presentiamo un’estratto dell’intervista che si trova sul Canale You Tube di CBLive. 

Avvocato, sul progetto spiegate che l’attuale sistema sanitario italiano è centrato  sulla malattia piuttosto che su salute e prevenzione. Non posso che essere d’accordo, ma ci spieghi cosa significa questo nella vita quotidiana dei cittadini molisani.  

– L’idea della salute che noi sposiamo guarda all’individuo a 360 gradi, in tutto il suo contesto di relazioni, compreso l’ambiente in cui vive. La medicina territoriale è quella più vicina all’individuo e in grado di rispondere ai suoi bisogni individuali.

Un tema tanto dibattuto in Molise è il progetto per identificare l’Ospedale di Larino come centro Covid. Secondo Lei, in che modo e in che tempi Larino potrebbe divenire un centro Covid? 

– In altre regioni è stato fatto, a mio avviso adesso forse è tardi, ma all’inizio dell’emergenza andava presa una scelta basata sulle richieste dei cittadini. La proposta del Hub – Larino era stata accolta da 118 sindaci locali e ratificata dal Consiglio Regionale ma purtroppo l’approccio delle istituzioni governative non è stato così aperto al dialogo, come avremmo voluto.

Il tema delle assunzioni di personale sanitario è fra gli aspetti citati nel progetto. Una regione commissariata come il Molise, può indire concorsi pubblici per assumere? 

– Certamente. Dal 2018 la Regione Molise può assumere. La criticità è nel criterio con cui si assume: il governo ha stanziato dei fondi per la medicina territoriale, per investirli è importante che ci sia un criterio, una visione.

La Diocesi di Termoli Larino rappresenta un popoloso gruppo di cittadini, non solo con un credo comune, ma anche con una efficace organizzazione gerarchica e la capacità di comunicare in maniera rapida ed efficace. In che modo questa comunità organizzata potrebbe essere d’aiuto alle politiche sanitarie regionali?  

 – La Diocesi ci ha supportato perché vive e respira nella società civile, è capace quindi di leggere i bisogni e di interpretarli. A questo proposito suggerisco la lettura dell’Enciclica ‘ Fratelli Tutti’, di Papa Francesco. 

Per approfondire questi temi è possibile visionare l’intervista integrale sul Canale You Tube di CBLive. Un servizio dedicato alle risorse del territorio molisano, con l’obiettivo di raccogliere idee, proposte ed energie per realizzare insieme un futuro migliore.

 Carola Pulvirenti

COVID-19 e CUORE UMANO: una convivenza difficile.

 Covid-19 e malattie del cuore: insieme aumentano il rischio di morte. Lo dicono i dati finora raccolti e presentati dai ricercatori del INMI “L.Spallanzani” nell’informativa quotidiana al personale interno. Il grafico descrive le cinque patologie croniche maggiormente presenti nelle persone decedute per Covid-19. Tutte interessano il sistema circolatorio: ipertensione, cardiopatia ischemica, diabete mellito tipo 2, insufficienza renale e fibrillazione atriale come complicanza dell’ipertensione arteriosa e della cardiopatia ischemica.

Sappiamo che il Covid-19 provoca una Sindrome Acuta Respiratoria Severa (SARS) si è pensato fosse questa la causa della morte per migliaia di persone. Oggi però stanno emergendo nuovi dati, che collegano la malattia anche ad un problema cardiocircolatorio.

“Il CoviD19 può determinare un peggioramento delle condizioni cliniche dei pazienti con patologie preesistenti quali ipertensione, diabete, cardiopatia e fibrillazione atriale permanente. Questo avviene a causa di tre condizioni principali: la forma interstiziale della polmonite da covid19, la conseguente scarsa ossigenazione e le microembolie diffuse, che ulteriormente peggiorano l’ossigenazione del sangue”, questo il commento del Dottor Gianluigi Biava, cardiologo del’INMI Spallanzani che da 11 anni segue tutti i pazienti cardiopatici dell’Istituto.

 

 

La microembolia è l’ostruzione del flusso ematico e provoca ischemia, ovvero ridotta ossigenazione del tessuto a valle, con conseguente morte cellulare. Nei pazienti Covid19 questa embolia sembrerebbe interessare diversi organi, soprattutto i polmoni.

Nell’ interstiziopatia gli alveoli, microsacche d’aria che sono parte funzionale dei polmoni, sono circondate da uno spazio chiamato interstizio; è all’interno di questo, dove si trovano i capillari polmonari, che avvengono gli scambi respiratori che permettono l’ossigenazione del sangue. Lo spazio interstiziale, nella polmonite da covid, è colpito da una grave infiammazione che provoca un accumulo di liquido infiammatorio e tessuto fibroso, impedendo così il passaggio di ossigeno nel sangue. Dunque a causa della Sindrome Acuta Respiratoria Severa (SARS), dovuta al Covid19, gli organi e tessuti ricevono poco ossigeno.

Quando il Covid-19 colpisce il cuore, in che modo lo fa?

“Una condizione che ho trovato di frequente è il cosiddetto ‘ cuore polmonare acuto’ (vedi Grafico 2), confermato dalle indagini elettrocardiografiche che, in molti casi, hanno mostrato una fibrillazione atriale dovuta a dilatazione delle cavità destre, con insufficienza della valvola tricuspide e aumento della pressione polmonare. Questo fa peggiorare il quadro clinico con insufficienza cardiaca congestizia, che si manifesta con affanno, dispnea anche a riposo, turgore delle giugulari, stasi venosa a livello epatico, edemi degli arti inferiori.

Questo scompenso cardiaco, però, non è globale, perchè interessa soltanto il cuore destro.

Uno studio pubblicato l’8 aprile su The New England Journal of Medicine presenta tre casi clinici di coagulopatia in pazienti Covid19.(https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2007575 ) La coagulopatia è un tema cruciale nei pazienti Covid?

Questo non è confermato, è vero che i pazienti manifestano delle microembolie ma il motivo principale sembra essere l’importante ruolo giocato dalla grave forma infiammatoria polmonare che aumenta il rischio di trombosi e quindi di microembolie polmonari.

Dal punto di vista cardiologico, ci sono dei farmaci specifici?

Gli anticoagulanti si usano come terapia preventiva in tutti i pazienti ricoverati per Covid-19, si possono usare anche i diuretici e tutti gli antipertensivi noti in caso di ipertensione.

Qual è dunque il problema principale delle persone ricoverate per Covid-19?

Il problema principale è la grave infiammazione dovuta all’infezione e questa si cura sostanzialmente con il cortisone e con un anticorpo monoclonale (Tocilizumab) ed il virus stesso, contro il quale vengono usati farmaci antivirali, ma questa è materia tutta infettivologica.

Le persone che hanno una patologia cronica, per cui assumono cortisonici e anticoagulanti, in caso di infezione Covid-19, potrebbero essere in qualche modo protette dalle proprie terapie?

In teoria sì. Ma al contempo, il cortisone può ridurre la capacità dell’organismo di combattere il virus abbassando le sue difese immunitarie.

Quali sono gli altri argomenti su cuore e Covid-19?

La miocardite fulminante, che è patologia grave ma molto rara.

La buona notizia è che queste conoscenze, sulla malattia da Covid-19, stanno permettendo ai medici di mettere in atto interventi maggiormente appropriati ed in tempi più veloci. Dunque il nostro punto di vista è che chi si ammala oggi ha maggiori possibilità di cure rispetto a chi, purtroppo, si è ammalato all’inizio della pandemia.

 

La mascherina chirurgica è il simbolo indiscusso dell’anno 2020, per gli operatori sanitari però il protagonista di questa pandemia è il casco, presidio che la Società Italiana di Pneumologia ha identificato come scelta terapeutica ideale, da posizionare alla maggior parte dei pazienti con grave sindrome respiratoria da Covid-19.

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La principale manifestazione clinica dei pazienti COVID-19 è rappresentata da un’ipossia acuta, insufficienza respiratoria che in molti casi richiede un supporto ventilatorio invasivo, come l’intubazione endotracheale.

 

Gli studi di biologia molecolare hanno evidenziato che il virus COVID-2019, per entrare nelle cellule, usa un recettore maggiormente espresso sulle cellule epiteliali delle vie aeree. L’esame istologico su tessuto polmonare mostra un danno alveolare diffuso: all’interno degli alveoli si identificano delle aree di sofferenza cellulare provocata dal virus. Nei casi più gravi la respirazione diventa impossibile e i sanitari intervengono per gestire questa Insufficienza Respiratoria Acuta. In questi casi viene raccomandato il supporto respiratorio precoce con Ventilazione Non Invasiva (NIV).

La NIV è un sistema ventilatorio di natura meccanica a pressione positiva che si sostituisce all’utente nelle varie fasi degli atti respiratori; può essere nasale, facciale, total-face o a casco, a seconda delle esigenze e della tollerabilità. Rispetto alle maschere facciali, il casco permette una minore dispersione delle goccioline nell’aria, riducendo il rischio di contaminazione degli operatori sanitari, inoltre si è mostrato maggiormente efficace e confortevole per il paziente.

 

Il casco, chiamato anche scafandro, è un cappuccio trasparente con collare morbido alla base e due cinghie che si posizionano sotto le ascelle del paziente, permettendo al dispositivo di rimanere attaccato alle spalle e creare la dovuta pressione di ossigeno. Da un tubo entra l’ossigeno ad alto flusso, dall’altro esce l’anidride carbonica. Si tratta di un sistema a Pressione Positiva Continua delle vie Aeree (C-PAP)  https://www.mdpi.com/2077-0383/9/4/1191 che permette di recuperare gli alveoli malati e migliorare la quantità di ossigeno nell’organismo.

 

Quello descritto è l’aspetto puramente meccanico della C-PAP ma, nell’utilizzo di questa terapia, occorre valutare in maniera preliminare moltissimi aspetti di natura fisiopatologica e monitorarli costantemente: la frazione di ossigeno inspirata dal paziente, la pressione dell’anidride carbonica, il pH ematico del paziente, la frequenza respiratoria, il sistema sensorio. Per questo motivo è necessaria la presenza di personale medico e infermieristico addestrato e fortemente motivato, in grado di interpretare i dati rilevati dal monitoraggio e lavorare su turni di 24 ore.

Il monitoraggio è fondamentale perchè nella Covid-19, come in molte polmoniti interstiziali, i pazienti inizialmente stabili possono peggiorare improvvisamente a causa dell’ipossiemia  refrattaria, l’aumento del numero degli atti respiratori e la febbre alta. L’ipossiemia refrattaria è la condizione in cui l’ossigeno scarseggia nel sangue perchè i polmoni non riescono ad assorbirlo. E’ causata dal riempimento dello spazio tra gli alveoli in seguito all’infiammazione provocata dal virus.

 

Ho il Coronavirus, cosa devo fare?

Ho il Coronavirus, cosa devo fare?

Fra le persone positive al Coronavirus, solo il 5-8%, ha sintomi tali da motivare il ricovero in ospedale. Pertanto molti di noi stanno manifestando dei sintomi e sono risultati positivi al Sars-Cov-2, ad altri accadrà prossimamente. Quali precauzioni adottare se si è riscontrata una positività al tampone?

Isolarci è il primo passo fondamentale. Isolarci dal resto delle persone con cui viviamo. Indossare la mascherina anche in casa, dormire in letti separati , mangiare in stanze separate e ben arieggiate, utilizzare possibilmente un bagno dedicato, altrimenti disinfettarlo dopo ogni utilizzo. Attenzione anche agli oggetti come smartphone e tablet. Sul sito del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità è possibile trovare nel dettaglio tutte le informazioni pratiche. Le persone che vivono con una persona che ha sintomi dell’influenza devono rispettare la quarantena di 14 giorni. Non possono uscire di casa, nemmeno per fare la spesa, andare in farmacia o svolgere le altre attività consentite.

Il secondo passo è quello di contattare il medico di famiglia e seguire le sue indicazioni.

Il terzo passo, se ti senti male, è quello di acquistare un saturimetro.   https://www.nurse24.it/infermiere/presidio/saturimetro-cos-e-a-cosa-serve.html

Se ne trovano in farmacia ma anche online ad un prezzo variabile dai 15 euro in su. 

Il saturimetro misura la saturazione ovvero la percentuale di ossigeno nel sangue periferico. La saturazione permette di stabilire se la persona respira in maniera efficace. Ma chi non è del settore come fa a sapere quando allarmarsi? Generalmente i valori superiori al 95% vengono considerati normali, se invece scendono al di sotto ci si trova di fronte ad una ipossiemia

Che può essere considerata lieve, quando i valori sono compresi fra il 91% e il 94%; Moderata, quando i valori sono fra l’86% e il 90%; Grave, quando i valori sono uguali o inferiori all’85%. Il saturimetro può essere poco attendibile se: hai le dita fredde, hai l’anemia, hai lo smalto colorato sulle unghie.

Dunque immaginiamo di ritrovarci a casa, con i sintomi dell’influenza ed il tampone positivo per Coronavirus. Come dobbiamo comportarci? Ho il Coronavirus, cosa devo fare?

Ce lo spiega il Dott. Emanele Nicastri, Direttore dell’unità di Malattie Infettive ad alta Intensità di cura ed altamente contagiose del INMI Spallanzani di Roma. L’infettivologo da anni si occupa di clinica e ricerca a favore delle persone con malattie infettive ed altamente contagiose e, di recente, ha scritto una lettera di chiarimenti e supporto ai medici di famiglia, intensamente impegnati nella gestione dell’emergenza . Di seguito riportiamo un estratto della lettera, reperibile per intero al seguente link  —>LINK<—

 

  1. Se possibile mantenere attività fisica, non stare coricato a letto, meglio seduto.
  2. Alimentarsi bene: frutta, verdura, spremute di agrumi, yogurt, kefyr, pesce di lisca, perché il possibile sforzo ventilatorio rappresenta per i muscoli respiratori l’equivalente di una maratona per i muscoli degli aa inferiori.
  3. Fondamentale la pronazione del paziente quando è disteso a letto, cioè coricato a pancia sotto. Serve a reclutare bene gli alveoli polmonari senza la compressione esercitata dal peso della gabbia toracica.
  4. Taglio della eventuale barba, altrimenti in caso di ospedalizzazione le mascherine per il supporto respiratorio hanno una perdita troppo alta.
  5. Farmaci: solo paracetamolo se T>38 o dolori articolari o muscolari (non superare le dosi massime terapeutiche, 4 grammi/24 hr ma in soggetti sottopeso anche meno) Tutto il resto della terapia in questa fase non ha alcuna evidenza scientifica anzi in alcuni casi è dannosa.
  6. NON USARE CORTISONE nei primi 7 giorni di malattia ed in particolare in assenza di desaturazione, perché in questa fase prevale la replicazione virale e il cortisone potrebbe ritardare o ridurre la nostra risposta immune.
  7. Se il paziente desatura di base o dopo sforzo, allora CONSIGLIA CON FORZA IL RICOVERO.

Cosa fare se i sintomi peggiorano?

Tosse insistente o respiro corto sono da tenere sotto controllo, mantenendo i contatti con il proprio medico oppure il servizio di emergenza 112/118.